Come evitare il fallimento con lo scaled content

Lo scaled content sta cambiando la SEO. Google penalizza i contenuti ripetitivi e poco originali.

Come evitare il fallimento con lo scaled content

Oggi parliamo di una cosa che sta cambiando il modo in cui si fa SEO e si costruiscono siti: lo scaled content, ovvero contenuti prodotti su larga scala, spesso in modo rapido e ripetitivo.

Immagina un sito che, da un giorno all’altro, si mette in testa di diventare la guida definitiva al cibo italiano. Inizia a sfornare articoli uno dopo l’altro: “Le migliori pizzerie di Napoli”, poi “Le migliori pizzerie di Roma”, “Le migliori pizzerie di Firenze”... e non si ferma più. Arriva a coprire ogni città, paese, paesino d’Italia, sempre con lo stesso schema: una lista di locali, qualche riga copiata qua e là, un paio di foto stock e via al prossimo. Oppure pensa a un blog di tecnologia che decide di recensire tutti i gadget del momento: “I 10 migliori smartphone sotto i 300 euro del 2026”, “I 10 migliori auricolari wireless del 2026”, “I 10 migliori caricabatterie veloci del 2026”... e continua così per ogni categoria possibile, cambiando solo qualche parola e qualche numero.

Non è che questi articoli siano per forza brutti o falsi. È che nascono tutti uguali, come stampati con lo stesso stampino. Variano giusto il nome della città, il prodotto o l’anno, ma alla fine dicono le stesse cose, con le stesse frasi, lo stesso tono piatto. L’idea dietro è semplice: riempire internet di pagine che intercettino qualsiasi ricerca uno possa fare, sperando che qualcuno ci clicchi sopra. E per un po’ ha funzionato.

Negli anni passati era una tattica che funzionava discretamente. Prima del 2024 tanti siti crescevano proprio così: tool per generare pagine in automatico, template che cambiavano solo la keyword, articoli brevi ma tanti. Soprattutto nelle nicchie locali, nel turismo, nelle recensioni prodotti.

Poi è arrivato marzo 2024. Google ha aggiornato le sue policy spam e ha introdotto ufficialmente il concetto di scaled content abuse. Non ha detto “vietato fare tanti contenuti”, ma ha chiarito che se produci pagine in massa con lo scopo principale di manipolare i ranking, senza aiutare davvero gli utenti, è una pratica che viola le regole. Hanno parlato di contenuti low-quality o non originali generati a scala, spesso automatizzati.

Da lì in poi gli update di Google si sono susseguiti: spam update vari nel 2024, poi agosto 2025 con un focus ancora più forte su questi pattern, e nel 2026 l’AI di Google è diventata bravissima a riconoscere quando un sito ha tonnellate di pagine simili che non aggiungono valore unico.

Non conta solo se usi AI o no. Puoi scrivere tutto a mano, ma se copi-incolli lo stesso schema cambiando solo il nome della città o del prodotto, il risultato è lo stesso: pagine che sembrano cloni. Google guarda i segnali: duplicazione di struttura, testi che si assomigliano troppo, mancanza di approfondimento reale, esperienze personali, dati freschi.

Alcuni esempi concreti che si vedono ancora: - Siti che sfornano 50–100 articoli al mese su varianti di keyword lunghissime, ma ogni pezzo è di 300 parole con le stesse frasi riciclate. - Guide locali che esistono solo per intercettare ricerche vocali, ma non dicono nulla che non si trovi già su TripAdvisor o Google Maps.

Nel 2026 la direzione è chiara: Google vuole premiare chi investe in contenuti che risolvono davvero un problema, che portano qualcosa di nuovo (foto originali, opinioni personali, test fatti sul campo, aggiornamenti nel tempo). Non importa se ne fai 10 o 1000: conta se ognuno di quei contenuti vale la pena di esistere da solo.

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