Ecco perché il coverage SEO non funziona più

Il coverage SEO non funziona più nel 2026. Google premia contenuti autentici e di valore.

Ecco perché il coverage SEO non funziona più

Ciao a tutti! Se fai SEO da un po’ di tempo, avrai sicuramente sentito parlare del cosiddetto “coverage SEO”: quella strategia che consiste nel creare decine (o addirittura centinaia) di pagine pensate per “coprire” tutte le possibili varianti di una keyword principale. Spesso si tratta di articoli molto simili tra loro, brevi, ottimizzati per keyword long-tail e creati soprattutto con l’obiettivo di catturare più traffico organico possibile.

Pensa a esempi classici del genere: “Miglior smartphone 2026”, “Miglior smartphone sotto i 300 euro 2026”, “Miglior smartphone Android 2026”, “Miglior smartphone per foto 2026”, “Miglior smartphone per gaming 2026”... e così via, fino ad arrivare a 50, 80 o anche 100 varianti diverse.

Sembra una tattica furba: occupi tutto lo spazio delle ricerche correlate, monopolizzi le SERP e porti a casa un sacco di visite. Peccato che, nel 2026, questo approccio non venga più considerato un vero racconto editoriale... e Google lo ha capito benissimo.

Cos’è davvero il coverage SEO

Il coverage SEO classico è una produzione di contenuti che nasce principalmente per coprire il maggior numero possibile di query, non per offrire un valore unico e autentico al lettore. Queste pagine tendono a condividere caratteristiche molto riconoscibili: titoli e introduzioni quasi identiche, lo stesso schema ripetitivo (tipo top 5/10 prodotti + conclusioni standard), testi di 400-800 parole con pochissimo approfondimento originale, assenza di esperienza personale, storie reali o dati unici. In sostanza, servono soprattutto a intercettare traffico low-intent o mid-funnel, più che a risolvere davvero un problema complesso dell’utente.

Google, dagli Helpful Content Update del 2022 fino ai Core Update di dicembre 2025 (completato a gennaio 2026), ha mandato un messaggio chiarissimo:

> “Vogliamo premiare contenuti creati per le persone, non per i motori di ricerca.”

E il coverage SEO fatto in modo meccanico, senza anima editoriale, finisce esattamente nella seconda categoria.

Perché Google lo penalizza (o lo declassa pesantemente)

Negli ultimi 12-18 mesi abbiamo visto un pattern molto netto nei siti colpiti:

Prima di tutto, Google SpamBrain e i classificatori di qualità sono diventati estremamente bravi a riconoscere quando un sito pubblica grandi volumi di pagine superficiali. Non serve più che siano duplicate parola per parola: basta che siano “simili nel valore aggiunto” (cioè quasi nullo) per essere considerate thin content.

Poi c’è la questione E-E-A-T: Experience, Expertise, Authoritativeness, Trustworthiness. Se pubblichi 80 articoli sugli smartphone senza mai averne usato uno, senza test reali, foto originali o confronti fatti sul campo, Google lo percepisce. Manca l’expertise dimostrata.

Inoltre, il Helpful Content Update (ormai integrato nei core update) valuta il sito nel suo complesso. Se hai 200 pagine di coverage “vuoto” e solo una decina di articoli veri e profondi, il segnale complessivo del sito diventa negativo. Anche le tue pagine migliori ne risentono.

Infine, queste pagine spesso non rispondono pienamente all’intento di ricerca. Chi cerca “miglior smartphone 2026” vuole una guida autorevole, aggiornata, con test reali, pro e contro onesti, magari una storia personale. Non vuole l’ennesima lista copiata da Amazon con cinque righe di testo generico.

Risultato concreto?

Tanti siti che negli anni passati vivevano quasi esclusivamente di coverage (soprattutto in nicchie competitive come tech, finance, health, local services) hanno perso dal 40% all’80% del traffico organico dopo il December 2025 Core Update. Non sempre si tratta di penalizzazioni manuali: spesso è un declassamento algoritmico .

La differenza tra coverage “cattivo” e coverage “buono”

Esiste ancora un modo intelligente di fare coverage senza rischiare grosso?

Sì, ma l’approccio deve cambiare completamente.

Il coverage “vecchia scuola” – quello con 50-100 pagine molto simili, testi brevi e schema ripetuto – ha ormai probabilità bassissime di sopravvivere nel 2026. Al contrario, chi crea pochi articoli pilastro molto profondi (anche 3-8.000 parole) arricchiti da cluster tematici con valore unico, test reali, dati proprietari, video, infografiche e esperienze personali, ha ottime chance di posizionarsi bene e resistere agli aggiornamenti.

Esiste anche una via di mezzo “ibrida intelligente”: pagine di supporto più brevi, ma che portano qualcosa di originale (una recensione personale, un video test, una tabella comparativa unica creata da te). La regola d’oro è semplice: il coverage buono deve essere subordinato a un racconto editoriale autentico, non il contrario.

In conclusione

Il coverage SEO non è morto... è morto solo il coverage fatto male, quello che era un escamotage per provare a ingannare l’algoritmo invece di servire davvero le persone.

Nel 2026 Google premia chi racconta storie vere, chi dimostra competenza sul campo, chi crea contenuti che fanno dire al lettore: “Wow, qui ho trovato proprio quello che cercavo... e anche di più.”

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